PSYCHOLOGY COACHING: cosa ne pensa un Coach?

Mentre in Italia siamo ancora agli albori di una definizione normativa precisa sul Coaching (di certo non per responsabilità dei coach), in altre nazioni si galoppa a tutta velocità su soluzioni di certo interesse per il benessere generale della popolazione:

lo PSYCHOLOGY COACHING: una metodologia blended è la nuova realtà.

Collaboro con diversi psicologi nell’intervento coordinato, ma è differente dallo Psychology Coaching, che riunisce in un unico operatore l’applicabilità di entrambe le discipline per interventi non terapeutici di forte impatto.

Psicologi del lavoro, HR con background psicologico, psicologi sportivi e chiunque operi un intervento non clinico hanno tutto l'interesse a conoscerlo. Condividi il Tweet

Non volendomi spingere in opinioni più o meno criticabili, ho pensato di elaborare uno tra i tanti articoli che parlano dello Psychology Coaching (Joshua Schultz, Psy.D.) e confrontarlo con il punto di vista di un Coach “puro”. Un dialogo dove, leggendo, trovi in corsivo le parti dell’articolo e poi le conseguenti riflessioni.

L’articolo è stato scritto da Joshua Schultz, Psy.D.

Magari riterrai l’articolo un poco lungo, ma assicuro che vale la pena leggerlo perché è qualcosa di molto interessante.

Psicologia del coaching: una definizione

Secondo Passmore, Stopforth e Lai (2018), la psicologia del coaching è lo studio scientifico del comportamento, della cognizione e delle emozioni all'interno della pratica del coaching Condividi il Tweet

per approfondire la nostra comprensione e migliorare la nostra pratica all’interno del coaching.

Quando arrivi alla comprensione che la psicologia del coaching è la psicologia, comprendi l’importanza di avere una solida base nella psicologia del comportamento, della cognizione e delle emozioni. Oltre a questa base accademica, il coach deve essere in grado di applicare ciò che sa nel contesto specifico del proprio lavoro.

Premesso che non si butta niente e che ogni competenza od abilità amplifica le potenzialità professionali di un Coach, emerge ciò che è doveroso e ad appannaggio degli psicologi, ma non del Coaching: lo “studio scientifico” dell’emozione. Inoltre, troverei utile sostituire il termine “cognizione” con consapevolezza.

Il Coach non studia l’emozione e generalmente passa dal far consapevolizzare al Coachee il suo stato ideale all'azione per portarlo a quello stato desiderato. Condividi il Tweet

Puoi avere ulteriori approfondimenti con la lettura delle nostre FAQ cliccando QUI

(Omissis) Il coaching è un’attività facilitativa. Il ruolo del coach è guidare il cliente verso le proprie scoperte, intuizioni e obiettivi (Passmore et al., 2018). Il lavoro di coaching si concentra su obiettivi specifici e risultati misurabili e il cliente adotta un approccio molto attivo in cui è dichiarato che sono sue la maggior parte delle responsabilità coinvolte nel raggiungimento di questi obiettivi.

Non ho molto da aggiungere a questo capoverso, che ritengo generalmente acquisibile. Si trovano definizioni simili sui siti delle Associazioni di settore, anche se alcune pongono l’accento su alcuni fattori piuttosto che altri.

Più spesso di quanto accade negli approcci psicologici dichiaratamente clinici, si possono sottolineare alcune differenza di termini che sono tipiche in ogni definizione del processo di Coaching, tra le quali generalmente cito: partnership tra professionista e cliente, necessità di definizione contrattuale scritta specifica per legge, anche per Personal Coaching, alta responsabilizzazione consapevole del cliente nel “suo” fare, licita specifica delle modalità operative del Coach, chiara ed esplicita focalizzazione sugli obiettivi (non sulla soluzione emozionale o della malattia), ecc..

(omissis) Chiunque può definirsi Coach, ma la maggior parte delle persone non può definirsi uno psicologo.

È vero. La ricerca dell’identità professionale del Coach è in atto ovunque e soprattutto in Italia ancora molto nebulosa. Dobbiamo riferirci alla generica legge 4/2013 e alla ormai scaduta UNI 11601 per la definizione del processo di Coaching Condividi il Tweet

Questo comporta che purtroppo sì, chiunque può definirsi Coach e sempre più noti operatori dell’area “facilitativa” lo fanno a sproposito e, potrei dire, contravvenendo a norme basilari di deontologia ed etica.

Affidatevi ad un Coach che abbia frequentato almeno un corso, meglio ancora se riconosciuto da una associazione Condividi il Tweet, perché fornisce le basi minime di conoscenza del processo di coaching, che non è quello psicologico e controllate che lui stesso sia iscritto ad una Associazione di settore.

In pratica, tuttavia, ci sono diversi strumenti sovrapposti, utilizzati sia da psicologi, sia dai Coach. (omissis) In effetti, molti psicologi, passano dalla terapia al coaching.

Se ti interessano maggiori informazioni sullo Psychology Coaching puoi compilare il format per essere contattato, cliccando QUI.

Il Coaching non è terapia e parte con intenti diversi, ed esiste quindi una parte di intervento NON CLINICO in cui gli psicologi possono aumentare in efficacia acquisendo le tecniche di Coaching.

Per capire la differenza tra i due titoli, è importante chiarire la differenza tra i due tipi di lavoro.

Cominciamo con alcune somiglianze. Sia il coaching che la terapia si basano su relazioni confidenziali continue e individuali tra il professionista e il cliente (Hart, Blattner e Lipsic, 2001). I clienti entrano in entrambi i tipi di impegno sperando di cambiare, e sia gli allenatori che gli psicoterapeuti credono che sia possibile un cambiamento significativo. Senza questa convinzione, probabilmente non sarebbero molto efficaci.

Le due discipline utilizzano tecniche simili, tra cui l’intervista, l’ascolto attivo e l’interrogatorio socratico.

Sia lo psicologo che il coach devono costruire una comprensione contestuale del cliente, mantenere un focus sugli obiettivi del cliente e facilitare il processo di lavoro verso di loro. Sia la terapia che il coaching coinvolgono problemi di sviluppo e sforzi per costruire la consapevolezza del cliente (Hart et al., 2001).

Il Coach focalizza sempre il suo Coachee sulla meta prefissata, costantemente.

Poche riflessioni a seguire trovandomi allineato, a parte piccole smussature, con quanto scrive l’autore.

La principale differenza tra coaching e terapia è il focus del lavoro. In terapia, il focus è sulla salute interpersonale e/o su un problema clinico identificabile (come depressione o ansia) che interferisce con il funzionamento del cliente (Hart et al., 2001).

L’obiettivo terapeutico è aiutare il cliente a lavorare per il benessere. Il processo può essere errante e non specifico, lasciando spazio al cliente per portare in primo piano nella sua consapevolezza questioni precedentemente inesplorate o represse.

Contrariamente alla terapia, il coaching si concentra sullo sfruttamento del potenziale non sfruttato, aiutando i clienti a raggiungere gli obiettivi che si sono prefissati. Non ci sono problemi clinici in un impegno di coaching e i coach devono dichiarare la loro inadeguatezza se ci sono dubbi in merito.

I coach sono più concentrati sulla pratica. Aiutano i loro clienti a collegare la loro consapevolezza all'azione, compiendo passi concreti verso il loro obiettivo ad ogni sessione. Condividi il Tweet

Un’altra differenza tra coaching e terapia è che i coach pongono maggiore enfasi sul momento presente (Hart et al., 2001) [aggiungo anche sul futuro possibile]. Sebbene la conoscenza della storia del cliente sia essenziale per comprendere il cliente in entrambe le discipline, nel coaching il passato viene brevemente ripercorso. Al contrario, in terapia, il passato viene reiterato e analizzato fino a comprenderlo.

Per quanto generalmente corretto, sono necessarie alcune considerazioni. Il momento presente, il contesto vissuto, è il punto di partenza per il Coach.

Il passato non viene “analizzato” ma utilizzato come dispensa di risorse, comportamenti virtuosi, insegnamenti che sono del Coachee, ma che non riutilizza proficuamente nel suo momento attuale.

Nello Psychology Coaching, ad escluso appannaggio degli psicologi nel caso non lo abbia ancora detto, può esistere ulteriore considerazione del passato come ricerca di copioni disfunzionali ripetutisi Condividi il Tweet nel tempo perché questo aiuta la consapevolezza del Coachee.

Parlando di confini, i coach non hanno bisogno di essere così severi con i clienti come gli psicologi. I coach sono liberi di entrare in doppia relazione con i clienti, purché non danneggi il lavoro (Hart et al., 2001). D’altra parte, il coaching non comporta lo stigma della terapia, e quindi è più probabile che i clienti parlino apertamente del loro coaching, alcuni addirittura arrivano al punto di vantarsi dei loro allenatori.

Quanto sopra è un punto di vista personale confutato nell’agire etico del Coach.

In Italia ci sono associazioni di settore che lavorano in modo profondo sui comportamenti etici dei loro iscritti con un alto livello di controllo. Condividi il Tweet

Vero è che non esistono dei confini così perentori come nella pratica psicologica o psichiatrica o psicoterapeutica in genere.

Gli approcci adottati da coach e psicologi sono spesso molto diversi. È più probabile che i coach siano attivi, informali e auto-rivelatori rispetto agli psicoterapeuti (Hart et al., 2001).

Questa frase riporta un luogo comune, ma assolutamente falso. Non ci sono evidenze di quanto scritto ed anzi l’allineamento della comunicazione al proprio Coachee fa sì che il Coach possa utilizzare modalità differenti a secondo della persona che ha in sessione perché ottenga migliori risultati.

Gli psicoterapeuti sono generalmente più concentrati sull’ascolto, sul formale e sulla riservatezza. La neutralità del terapeuta lascia spazio al cliente per portare problemi più delicati nella stanza. Tuttavia, i clienti del coaching di solito non cercano un osservatore neutrale. Spesso vogliono una personalità forte ed eccitante che possa catalizzarli nella loro ricerca del successo.

Ciò risente della definizione confusa tra Coach e Motivatore, dove la motivazione è parte integrante del processo di Coaching e non viceversa. Ascolto, non giudizio e riservatezza sono punti focali per tutti i veri professionisti Coach. Condividi il Tweet

Mi fa molto piacere sapere che hai letto fino a qua e spero vivamente di aver dato ad ogni lettore un punto di riferimento con spunti di interesse.

Qualora tu voglia approfondire le opzioni formative e cosa ottenere con il nostro corso di Psychology Coaching puoi richiedere un contatto compilando il format a seguire.

Buon viaggio, anime eternaute.

Alfredo M. Molgora
Coach – Trainer – Mentor
Ipnotista e Magnetista Emerito

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