psicologi vs coach

Psicologi vs. Coach: storie di “lana caprina”?

Un dubbio che può venire se si considerano alcuni punti per macroaree: tra legale e mercato attuale.

  1. LEGALE:non è certo mia intenzione addentrarmi in tematiche delle quali non sono professionalmente competente e che conosco per necessità di svolgimento della mia attività, ma sicuramente si può annotare che:

A) La normativa di processo di coaching è in essere ed è la UNI 11601 del 2015. La norma stabilisce processo e contesto di applicazione del coaching e come tale qualifica la professione del Coaching con buona chiarezza. Ciò che ne deriva è che per eventuali “abusi di professione” sono perseguibili singoli professionisti secondo le loro responsabilità. Ma questo è possibile anche per tutti gli ordini professionali già esistenti e regolamentati da tempo. Di questa interpretazione potete leggere l’articolo sulla Sentenza TAR 13020/2015 su CoachMag nel N° 30 scritto dall’avvocato Davide Zappia. Molto interessante.

B) A livello teorico, inoltre, l’Italia è deficitaria dell’accoglimento delle direttive Europee da applicare. Questo, se è vero a livello generale, lo è ancor di più per quanto riguarda l’intenzione di affermare un insieme di ordini professionali come tendenza mondiale, al contrario dell’ordinistico italiano che pare non essere più al passo coi tempi.

C) In base alle leggi e norme attualmente in vigore, ricordo altresì che importanti enti operano già in ambito certificazione dei Coach (CEPAS). Anche se legalmente questo non ha che valore commerciale, si è già nella direzione in cui pare le cose stiano andando.

  1. MA LA REALTA’?

A) Come coach in ambito personale, business e professional devo dire che: nessuno dei miei contatti e clienti hanno mai sovrapposto la figura dello psicologo a quella del coach. Anzi, sono tutti ben consapevoli che siano differenti. Le figure che vengono sovrapposte sono più quella del Consulente in generale, del Trainer Sportivo (ancora diverso dal Coach Sportivo), del Motivatore e del Formatore. La continua necessità di distinzione tra Coach e Psicologo è solo dei professionisti, e direi solo di una parte di di questi: i Coach sono consapevoli della loro professione, di non intervenire terapeuticamente e i potenziali clienti si riferiscono nel loro noto a figure differenti dallo psicologo. Quindi viene da chiedersi il perché venga a crearsi questa diatriba con vago sentore di “lana caprina”.

B) Noi Coach possiamo fare qualcosa in merito? Mah, a mio modesto parere, sì. Sicuramente facendo propria l’importanza che ha il contributo di ognuno, comunicando dovutamente la figura del Coach, intervenendo qualora possibile anche sui social facendo rilevare delle distorsioni di significati. Se poi la necessità del mercato è quella di cui sopra, per esempio, nel contratto di Coaching* dovresti scrivere che non sei: formatore, trainer sportivo, motivatore ed operi con processi diversi dai consulenti. Alcuni aggiungerebbero anche “in ambito non terapeutico”… ma anche qua, non ho letto di nessun contratto con avvocati e commercialisti o consulenti vari che necessitino di specificare questo “non essere” della loro consulenza. (*e’ stabilito che un rapporto di Coaching si basa su un contratto commerciale). Quando si è portati a dover pensare che “per evitare qualsiasi problema sarebbe bene scrivere ciò”, be’, mi chiedo: ma c’è qualcuno che vuole creare problemi? Ok, allora scrivi pure questa specifica.

C) Sono certo che anche voi, come me, conoscete diversi psicologi, da appena laureati a senior. Anche amici. E quando ci si ritrova per svago, a volte il discorrere interessa il proprio lavoro. Ebbene, non ho mai trovato problemi di identità professionale ed anzi, ci sono sempre scambi di differenti vedute, processi, modalità d’intervento con possibilità di arricchimento culturale reciproco. Anche qui mi vien da chiedere: ma se anche gli psicologi sono consapevoli di questa ben differente identità professionale, chi mi dovrebbe creare problemi nel momento in cui la professione ha confini chiari ai più? Ora, per eliminazione logica, sembrerebbe che la necessità della diatriba sia un problema professionale solo degli psicologi, ma anche solo di una parte di essi quindi?

  1. E IL MERCATO IN CIFRE?

A) L’ultima ricerca commissionata da una importante Associazione Mondiale di Coach alla Price Waterhouse Cooper e uscita poche settimane fa e indica come valore mondiale del mercato 1,5 mld di $. Per il mercato italiano le cifre di stima, calcolata indirettamente con i dati a disposizione, va da 10 a 30 milioni di €.

B) Da premettere che, per quanto encomiabile, la ricerca non considera molte e marcate differenze del contesto Italiano: l’associazione promotrice della ricerca, per quanto grande, non rappresenta la totalità dei coach. In Italia, essendo ancora vergine il mercato, molti coach non sono iscritti ad alcuna associazione ed altri praticano il coaching come professione laterale alla propria. Ci sono anche diversi Coach iscritti alle associazioni e che non professano regolarmente. La ricerca è molto mirata al  business coaching che è solo uno dei tipi di coaching. Inoltre, le tariffe considerate nella ricerca sono molto americane ed anglosassoni, dove si pagano anche 500 $ per un’ora di coaching on line ed un intervento in azienda arriva anche a 20k di euro uomo. La stima di 500 coach in Italia è ridicola (solo le due maggiori Associazioni Italiani sommano circa 800 Coach), trovandoci concretamente di fronte a qualche migliaio di coach (CoachMag Articolo di ricerca richiedi a questo link). Direi che il mercato Italiano, in questo momento, è sicuramente difficilmente comprensibile.

C) 
Prendiamo comunque per buone queste cifre e dichiariamo aperta la guerra dei poveri! Eh sì, si parla infatti di un range dai 10 ai 30 mln di € per il mercato Italiano, che sono l’equivalente del fatturato medio-basso di una PMI spalmato su tutti gli operatori in Italia. Veramente poco, no? Quindi mi chiedo, dati alla mano: come mai tutto questo darsi da fare e a volte accanirsi in questa già chiara differenza tra psicologi e coach?  Se è un diritto di un gruppo di professionisti definire e qualificare la propria professionalità, perché il tutto si complica?

D) 
Considerati i dati a disposizione, il gioco non varrebbe la candela. Sicuramente i dati reali, non monitorati, ci parlerebbero di una realtà diversa. Certamente il tasso di crescita della professione di Coaching, che va dal 25 al 30% annuo negli ultimi 4 anni, e la domanda sempre maggiore dei servizi di coaching, prospettano un mercato appetibile ed interessante. Ma è questo il motivo del contendere, o forse ci sono altri fattori nascosti? Sinceramente non lo so.

Carissimi lettori, lascio ad ognuno di voi le personali interpretazioni. Ho cercato la massima obiettività nel rilevare una realtà personale sul mio vissuto, ma che incontra anche dati oggettivamente più globali come rilevato interagendo con i colleghi della realtà italiana. Ho forse sollevato dubbi piuttosto che certezze e la mia visione è che si sta creando una guerra inesistente dove, sinceramente, non capisco chi ne trae vantaggio. Sta a voi tirare le conclusioni che desiderate, senza che in nessun modo io abbia voluto dare indicazioni di fare o non fare per la vostra professione.

A presto anime eternaute.

Alfredo M. Molgora
Life, Business & Professional Coach
Trainer – Master in PNL&PNL3 e Coaching –
Professionista di cui alla Legge n.4 del 14 gennaio 2013